Età evolutiva

Con il termine età evolutiva, in psicologia si intende quella fascia d’età che va dalla nascita all’adolescenza. E’ un range molto ampio, senza una suddivisione univoca per tutti, ma che in generale pone l’attenzione sullo sviluppo e la crescita del bambino. In linea di massima, possiamo individuare tre aree all’interno di questa fase: quella prescolare, quella scolare e quella della preadolescenza. La prima, va dai 2 ai 6 anni circa, ed è definita prescolare perchè precede la scuola elementare, tuttavia si caratterizza già per l’inserimento del bambino in contesti “scolastici”, quali il nido o la materna. E’ una fase molto delicata, in cui il bambino impara sempre di più a integrarsi nel mondo dei pari e a conoscere ambienti al di fuori di quelli familiari. Qui possono accadere delle condizioni in cui si presentano dei blocchi o dei rallentamenti normali, come per es. relativi a paure irrazionali, difficoltà a giocare con gli altri, criticità nel controllare gli impulsi e i propri comportamenti, così come una difficoltà nel comprendere le separazioni, le perdite e i lutti.

La fase successiva, è definita età scolare, e va dai 7 agli 10 anni; qui si iniziano a sviluppare tutte quelle competenze scolastiche e gli apprendimenti che aiuteranno l’individuo a muoversi nel mondo, giorno dopo giorno sempre di più. E’ una fase caratterizzata dall’incremento delle attività e richieste verso il bambino, da un aumento delle capacità di giocare e stare insieme all’altro sempre più sviluppate. Nascono qui le prime amicizie e le prime esperienze in questo campo, sia positive che negative, e diventa di fondamentale importanza il gruppo. Qui possono evidenziarsi difficoltà normali, come per es. l’ansia da prestazione e sociale, data dai nuovi confronti e contesti con cui il bambino si deve cimentare, la paura del rifiuto da parte dei pari, una bassa autostima data da un alta criticità verso se stessi. In contemporanea, avvengono anche diversi altri cambiamenti, tra i quali la crescita e lo sviluppo ponderale del bambino.

Al termine di questa fase, vi è l’affaccio alla preadolescenza (che va dagli 11 ai 13 anni circa). Quest’altra tappa funge da preludio per quella dell’adolescenza, che vai dai 14 ai 20 anni circa, ed è anticipata nelle femmine rispetto ai maschi. Si osservano importanti cambiamenti a livello ormonale e fisico, come per es. la comparsa dei caratteri sessuali secondari, che per la prima volta destabilizzano l’individuo, ponendolo davanti a nuove scoperte e crisi, le quali verranno sanate o meno al compimento della fase adolescenziale. In questa fase si ampliano le reti sociali, i ruoli e le aspettative, in parte determinate anche dagli aspetti culturali di riferimento in cui il preadolescente è calato. Si osservano modifiche normali, tra cui oscillazioni dell’umore e crisi di ansia, cambiamenti nel rapporto con i genitori, caratterizzati da un maggior volontà di distacco e privacy, e allo stesso tempo momenti di vicinanza e affetto, tipici delle fasi evolutive precedenti. Un altra cosa che emerge tipicamente è il senso di inadeguatezza e vergogna che il preadolescente e via via anche l’adolescente prova, soprattutto rispetto al proprio corpo e ai propri cambiamenti fisici.

Quello che può essere definito un comportamento “atipico”, e dunque che deve preoccupare e cercare una spiegazione, è ascrivibile a tutta quella serie di comportamenti troppo intensi, frequenti e lunghi che si manifestano nel bambino o nel preadolescente. La presenza di questi comportamenti, può essere ricondotta a diverse cause, tuttavia, sappiamo che tramite loro, l’individuo ci sta sottolineando una difficoltà, spesso di tipo relazionale. Possiamo definire questi comportamenti atipici in due aree, quelli di tipo internalizzante e quelli di tipo esternalizzante. I primi si riferiscono alla sfera interiore e sono di tipo ipercontrollante rispetto al proprio malessere, alle proprie emozioni e pensieri, mentre i secondi si evidenziamo come rivolti al mondo esterno e facilmente osservabili. Nel primo caso rientrano l’ansia, la paura e le fobie, così come gli aspetti depressivi, il ritiro sociale, i problemi psicofisiologici, la scarsa autostima, i problemi scolastici e le poche relazioni sociali. Nel secondo, deficit di attenzione e iperattività, comportamenti oppositivo provocatori, disturbi della condotta e aggressività verso sè e gli altri. Il disturbo presentato, spesso deve essere letto in un’ottica relazionale e contestualizzato, rispetto agli schemi e allo stile d’interazione che il bambino/ragazzo ha acquisito, alle dinamiche familiari e agli eventi di vita che sta affrontando. Per questi motivi è bene prendere in considerazione il problema nella sua complessità e chiedere l’aiuto di uno specialista, poichè questo tipo di difficoltà se si protraggono nel tempo si cronicizzano e/o aumentano di intensità, in primis impattando negativamente sulla vita dell’individuo e del suo ambiente intorno, e secondariamente, rendendo gli interventi successivi più complicati.

Bibliografia

Diventeremo noi stessi attraverso gli altri.

L. Vygotskij

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